L'ERETICO ERRANTE
convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua
personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e
la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso:
dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei
Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento
disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della
carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572
(celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S.
Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma
contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso
non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da
Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò
l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale
emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e
l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di
efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da
Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
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Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo. |
La conquista della conoscenza
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Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico,
esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana.
Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime
stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu
immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già
nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il
titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei
quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di
diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto
pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare
Ginevra, non senza conservare in sé un forte
risentimento. Quasi per reazione si recò allora a
Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia
meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un
confessore gesuita,
ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale
università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele. Nel
1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte
religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in
qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a
frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato)
un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino. La
notizia del successo del corso pervenne al re Enrico
III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris
idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore
straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs
royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della
Sorbona, della
quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un
periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del
B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De
compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio".
Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico)
dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de
Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al
quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a
pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta
sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena
delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito,
universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno
seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo
pegaseo" e il "Degli eroici furori". Quest'ultima opera, al pari dello
Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney,
nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi
risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte
dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università
oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito
mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John
Underhill, e restò così inviso a
una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la
loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere
una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra
l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul
movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di
Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei
risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e
religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto
la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle
ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato
dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee
sull’universo.
Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento
ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il
B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo
fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre
diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate
poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente
coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia
geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le
concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana,
infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile,
all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al
nostro. Tornato in Francia a
Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo
meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto.
Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse
improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al
tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso
custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le
insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era
cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo
arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla
fine il
Di tali errori il quarto risulta manifestamente infondato essendo lo
"Spaccio" piuttosto antiluterano che antipapista; le volgari invettive
contro Cristo, i profeti e gli apostoli dei nn. 13 e 14 sono evidentemente
echi di sfoghi contingenti di una persona esasperata. Dove il contrasto
con l’Istituzione appare insanabile è piuttosto con il nucleo centrale
della dottrina del B., adombrato nei punti 5, 6 e 8. Non è qui
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